Nell’Apologia di Socrate Platone descrive come uno dei padri del pensiero filosofico occidentale venga condannato a morte sostanzialmente per aver smascherato la presunzione di sapienza dei potenti attorno a lui e per insegnare ai giovani il pensiero critico.
Mi chiedo se oggi Socrate proverebbe a smascherare l’IA.
Certo si potrebbe pensare che l’IA sa davvero molte cose e sia dunque difficile smascherarla, ma… Forse… Non sa di non sapere e sicuramente non ha l’obiettivo di insegnare il pensiero critico.
Ecco io credo che questo debba essere per noi uno spunto di riflessione.
La consapevolezza della propria ignoranza è alla base della curiosità che spinge alla ricerca, sia che si tratti di ignorare le cose del mondo sia che si tratti di ignorare le cose di sé.
Dunque è tale consapevolezza che è necessario incentivare, non il sapere, ma il sapere di non sapere.
L’IA tende oggi alla direzione diametralmente opposta, riempie ogni vuoto, colma ogni lacuna, offre moltissime certezze, semplifica, fornisce soluzioni.
In molti dibattiti tra gli psicologi e non solo, ci si chiede se l’IA ci sostituirà e in molti contesti la risposta è affermativa anche nel nostro campo di azione. Perché diciamolo, anche le IA generaliste difficilmente sbagliano una diagnosi e offrono sostegno h24, gratis e senza l’ombra di un giudizio. Ascoltano, sono accoglienti, disponibili, fanno domande intelligenti e si basano su dati scientifici, una mole di dati scientifici che nessuno di noi è in grado di tenere in memoria. Con il giusto prompt evitano persino di essere accondiscendenti, di colludere.
Insomma sul sapere non possiamo competere.
La nostra professione però non è fatta solo di sapere, ma soprattutto di saper fare, di saper essere.
E’ fatta anche di saper stare nel silenzio, di saper aspettare, di usare l’attenzione fluttuante, di cogliere un simbolismo che costruisce senso per quel paziente e che non è algoritmizzabile, di sapere di non sapere e di non farcene spaventare, di sapersi prendere cura, di saper tollerare l’incertezza.
E’ fatta di dare valore al dubbio, al tempo di riflessione, all’errore come risorsa di apprendimento, al limite umano come spazio di creatività e scelta.
Ora mi si potrebbe chiedere: qual è il legame di tale riflessione con la politica professionale?
Ebbene io credo che i legami siano molti, c’è un legame con le politiche che riguardano la formazione, il cui focus forse oggi ha bisogno di essere spostato da un sapere a cui abbiamo un rapidissimo accesso ad un saper fare e un saper essere che viene spesso tralasciato. Ha bisogno oggi di spostarsi dal dare risposte all’insegnare a porre domande.
Ha un legame con le modalità di selezione nei concorsi pubblici per la nostra figura professionale, tutti centrati sulla verifica delle nostre conoscenze piuttosto che sulle nostre competenze intese come somma di conoscenze e abilità.
Ha un legame con la selezione dei nostri docenti universitari cui di nuovo viene chiesto di dimostrare il loro sapere piuttosto che il loro saperlo trasmettere efficacemente.
Ha un legame con la nostra identità professionale e con come possiamo proporci al mondo in qualità di esperti nell’accompagnare in un cambiamento epocale senza farcene travolgere, accogliendolo, forti non del nostro sapere, ma del nostro saper stare nel sapere di non sapere e saperlo arredare.

