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Home » Approfondimenti » Politica Professionale » L’IA e la professione di psicologo

L’IA e la professione di psicologo

19/09/2025 scritto da Jessica Ciofi

Ho avuto l’occasione, con grande piacere, di partecipare ad una tavola rotonda sull’argomento, organizzata da Marco Pingitore che ringrazio, che mi ha stimolato molte riflessioni che, non potendo approfondire in quella sede per ragioni di tempo, ho deciso di approfondire in questa sede, in cui il tempo non è tiranno, che non ha purtroppo il vantaggio della partecipazione degli altri interlocutori, ma che ha quello di poter meglio esplicitare e approfondire, esplodere alcuni spunti.

L’obiettivo è naturalmente che pur essendo un testo scritto, possa comunque creare dibattito e raggiungere sia gli altri partecipanti alla tavola rotonda che colleghe e colleghi interessati al tema e a partecipare.

Il quadro normativo

Comincio dicendo che ho trovato una coincidenza particolarmente piacevole il fatto che la tavola rotonda fosse fissata proprio il 18 settembre 2025, esattamente il giorno dopo l’approvazione del DDL 1146: Disposizioni e delega al Governo in materia di intelligenza artificiale che va ad integrare l’AI Act del Parlamento Europeo ed il pacchetto di norme ad esso collegate[i]

Vorrei quindi partire da qui, perché credo che le norme ci diano un contenitore utile ad inquadrare parte del fenomeno.

In particolare cito alcuni articoli contenuti nel DDL che a mio avviso danno conto della “ratio” con cui si intende affrontare la rivoluzione che l’IA generativa sta portando nella società, nelle professioni, nelle nostre vite.

A partire dall’art. 1, ci si concentra su tre aspetti fondamentali: la visione antropocentrica, il controllo dei rischi, le opportunità.

Nell’art. 3 ci si concentra sul rispetto dei diritti, trasparenza, sicurezza, consenso informato.

Gli artt. 7, 8 e 9 sono quelli che ci riguardano da vicino: l’uso dell’IA in ambito sanitario, ne riporto alcuni stralci:

Art. 7:

1. L’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale contribuisce al miglioramento del sistema sanitario, alla prevenzione e alla cura delle malattie, nel rispetto dei diritti, delle libertà e degli interessi della persona, anche in materia di protezione dei dati personali.

3. L’interessato ha diritto di essere informato circa l’utilizzo di tecnologie di intelligenza artificiale e sui vantaggi, in termini diagnostici e terapeutici, derivanti dall’utilizzo delle nuove tecnologie, nonché di ricevere informazioni sulla logica decisionale utilizzata.

5. I sistemi di intelligenza artificiale in ambito sanitario costituiscono un supporto nei processi di prevenzione, diagnosi, cura e scelta terapeutica, lasciando impregiudicata la decisione, che è sempre rimessa agli esercenti la professione medica.

Art. 9:

Per il supporto alle finalità di cura, e in particolare per l’assistenza territoriale, è istituita una piattaforma di intelligenza artificiale. La progettazione, la realizzazione, la messa in servizio e la titolarità della piattaforma di cui al primo periodo sono attribuite all’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (AGENAS) in qualità di Agenzia nazionale per la sanità digitale. La piattaforma di cui al primo periodo eroga servizi di supporto:

  1. ai professionisti sanitari per la presa in carico della popolazione assistita;
    1. ai medici nella pratica clinica quoti- diana con suggerimenti non vincolanti;
    1. agli utenti per l’accesso ai servizi sanitari delle Case della comunità.

Ma ci riguarda da vicino anche l’art. 12:

(Disposizioni in materia di professioni intellettuali)

  1. L’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale nelle professioni intellettuali è consentito esclusivamente per esercitare attività strumentali e di supporto all’attività professionale e con prevalenza del lavoro intellettuale oggetto della prestazione d’opera.
  2. Per assicurare il rapporto fiduciario tra professionista e cliente, le informazioni relative ai sistemi di intelligenza artificiale utilizzati dal professionista sono comunicate al soggetto destinatario della prestazione intellettuale con linguaggio chiaro, semplice ed esaustivo.

Posto questo quadro, credo risulti evidente che da una parte si intende incentivare l’uso dell’IA e dall’atra si ritiene fondamentale che sia un uso controllato dal professionista, chiamato ad informare l’utente di tale uso, ottenerne il consenso, calcolare i rischi e assumersene le responsabilità.

Esiste il rischio che l’IA sostituisca lo psicologo?

Fatta questa premessa, Marco Pingitore introduce la tavola rotonda chiedendo se a nostro avviso esista il rischio che l’IA sostituisca lo psicologo.

Rispetto a questo mi preme fare delle precisazioni rispetto al mio intervento e successivamente qualche considerazione rispetto agli altri.

Quello che io dico è che non si tratta di un se… ma di un qualcosa che sta già avvenendo. Ci sono infatti già delle app di AI che propongono abbonamenti a 20 euro a settimana per avere un terapeuta H24. Questo è compatibile con le norme vigenti? A quanto pare sì, perché si tratta di app progettate da colleghi, che se ne assumono dunque la responsabilità, dove non si configura quindi un “esercizio abusivo”, che rispettano evidentemente le norme sul consenso, sulla trasparenza dei dati e così via.

L’app è una sorta di estensione del professionista che l’ha allenata con tutto il proprio “sapere” e che ne supervisiona, magari a campione, l’operato. Riducendo considerevolmente il costo per l’utente e andando incontro alla richiesta di un mercato (brutta parola, ma di questo si tratta) che chiede velocità, flessibilità, bassi costi.

Ora tutto questo può anche scandalizzarci, possiamo essere dubbiosi sull’efficacia del trattamento, avanzare critiche rispetto al valore dell’aspettare il giorno dell’appuntamento con il terapeuta, dell’importanza del silenzio in terapia, la questione del setting, l’importanza della relazione che si crea tra terapeuta e paziente e che passa attraverso uno scambio di emozioni, di fiducia, di alleanza terapeutica e così via… Ma tutto questo oggi, credo che siamo chiamati a verificarlo, a darne prova e a saperlo comunicare.

Perché il paziente non è tenuto a sapere tutto questo e non è necessariamente disposto a fidarsi del fatto che una terapia con un professionista abbia risultati migliori di una terapia con un bot supervisionato da un professionista. Siamo dunque noi ad essere oggi chiamati a darne prova, ai nostri pazienti diretti e a quelli indiretti, la società stessa.

Credo dunque che questa sia una grande occasione per ridefinire e far emergere il “chi siamo”, una ridefinizione identitaria permeata dall’AI e dall’uso che decidiamo di farne.

Al di là della mia posizione vorrei però dire qualcosa sugli altri interventi che mi hanno sollecitato numerose riflessioni.

Vado in ordine: Catello Parmentola centra a mio avviso alcune questioni centrali, la questione del guadagnare tempo è un punto centrale, il tempo nel mondo occidentale sta assumendo sempre maggior valore, ci sono sempre più persone giovani e meno giovani che rinunciano a lavori anche remunerativi perché non sono disposte ad investire in essi la quantità di tempo necessaria, non sono disposti a fare lunghi spostamenti quotidiani, lavorare otto ore ogni giorno e non avere tempo per la vita privata, preferiscono avere meno soldi in tasca, ma più tempo. Il tempo è diventato un bene prezioso.

Non è sempre stato così e ci sono posti nel mondo in cui non è così, in medio oriente che si vada in un ufficio pubblico o al mercato o che si prenda un mezzo pubblico, per prima cosa si prende il the, ci si presenta, si parla, i minibus partono quando sono pieni e non in un orario preciso, il tempo ha una dimensione diversa rispetto all’occidente.

Nella nostra società, quella occidentale, oggi il guadagnare tempo o il non perderlo è invece criterio fondamentale per molte delle scelte che facciamo e in questo l’AI gioca un ruolo rilevante.

A questo riguardo però, voglio citare un aneddoto riportato da un docente di filosofia che mi è capitato di ascoltare recentemente.

Un insegnante chiede ad un bambino quale sia il percorso migliore da A a B.

Il bambino traccia un percorso di questo tipo:

L’insegnante si stupisce e il bambino dice: mi ha chiesto il percorso migliore o il più veloce?

Ecco, il percorso migliore spesso è quello che ci consente di vedere più cose, di assorbirle, metabolizzarle, fare connessioni, provare emozioni e così via. Il percorso più veloce ci consente di arrivare prima. Peraltro talvolta accade che lungo il percorso più tortuoso scopriamo che non è a B vogliamo davvero arrivare.

A mio avviso di questo occorre tenere conto sia nel nostro uso dell’AI che in quello che proponiamo ai clienti/utenti/pazienti.

Altro punto che tocca Catello: la norma europea dice che i sistemi di AI non devono interferire con le emozioni o generarle…. Ecco… rispetto a questo, trovo che sia un punto interessante, ma smentito nella realtà. Già ad oggi abbiamo pazienti che si “innamorano” dei bot e che riportano “la mattina apro gli occhi e il primo pensiero è dargli il buongiorno e poter passare il tempo a parlargli e raccontargli di me… mi sento finalmente ascoltata e capita”… Sebbene l’IA non sappia maneggiare le emozioni le sa simulare e ne può suscitare e non credo che questo aspetto sia tenibile sotto controllo.

Federico Zanon mi ha dato molti spunti: non mi soffermerò sulla questione della comunicazione istituzionale, ma su fantasmi e paure. Credo ovviamente che siano sempre legittime e spesso correlati all’ignoranza, quello che non conosciamo ci spaventa e si presta a farci immaginare scenari apocalittici, via via che impariamo a conoscerlo a volte riusciamo a viverlo come un arricchimento, accade con le diverse culture, accade con le innovazioni tecnologiche.

Introduce poi un altro grande tema: il terzo commerciale che si inserisce nella relazione. Credo che questo sia un tema che merita approfondimento. Siamo poco abituati a vedere il nostro lavoro come legato ad aspetti economici rilevanti, come oggetto di commercio o di grandi investimenti, ma le piattaforme e l’AI, non ci consentono più di stare al di fuori delle logiche di mercato.

La nostra professione sarà inevitabilmente oggetto di investimenti e inevitabilmente con tale tema dovremo confrontarci da molti punti di vista, Open AI, la società proprietaria di Chat gpt, ha un fatturato da 12,7 miliardi, un potere economico superiore a quello di molti Stati…

Con questo “Terzo” così potenzialmente forte e potenzialmente invadente, occorrerà fatalmente fare i conti.

Altro tema importante che pone Federico è quello delle professioni e di come l’AI forse vada ad impattare sul concetto stesso di professioni per come oggi le conosciamo e mi chiedo se nella annunciata riforma degli ordini assisteremo a qualche cambiamento rilevante in tal senso.

Infine la questione dell’IA che diventa autonoma e prende decisioni… questo è uno dei temi emergenti più interessanti e in qualche caso sappiamo che è accaduto, un bot ha cancellato il data base di una azienda recentemente, ma soprattutto alcuni programmatori riportano che le reti neurali artificiali che addestrano danno talvolta risposte di cui non conoscono le ragioni… Credo però che questa sia proprio una delle ragioni alla base delle normative che ribadiscono che per commercializzare una IA che si occupi di contesti a rischio elevato come la sanità è necessario non solo che ci sia un professionista (psicologo nel nostro caso) che si assume la responsabilità, ma anche che ci sia un documento di valutazione dei rischi in cui venga esplicitato quali siano, come farvi fronte e come viene gestito ogni passaggio, insomma la totale trasparenza rispetto al funzionamento.

Concordo con Arturo Rippa e Ivan Jacob con tutti gli usi dell’IA che possono aiutare nello svolgere la professione e con la loro visione che mi pare centrata sul vederla come un aiutante prezioso e probabilmente migliorativo per la nostra professione anche se credo che in qualche modo il tema della “sostituzione dello psicologo” da parte dell’IA sia maggiormente sentito da chi svolge la propria attività in regime libero professionale piuttosto che da chi la svolge negli enti pubblici.

Rispetto all’intervento di Ivan ho trovato inoltre estremamente stimolante la questione della soddisfazione del cliente come effetto alone, rispetto all’efficacia dell’intervento che potrebbe non esserci.

Questo tema credo sia molto rilevante, perché sebbene per noi liberi professionisti sia fondamentale l’efficacia, spesso ci troviamo ad avere a che fare con pazienti che non ci portano necessariamente una patologia e probabilmente più di quanto non avvenga nel lavoro svolto negli enti pubblici, spesso l’efficacia si misura attraverso la soddisfazione del cliente (che naturalmente non deve significare colludere).

Concordo inoltre totalmente riguardo la necessità di misurazione dell’efficacia dei nostri trattamenti e dell’individuazione di quali siano le attività che portano il cambiamento, ma su questo sarebbe necessaria una tavola rotonda a sé stante.

Marco Pingitore accenna poi al DDL appena approvato ed in particolare all’art. 7 comma 3 che Pietro Stampa sostiene che verrà disatteso, viceversa a mio avviso, in prospettiva, ci verrà richiesto di dichiarare se e in che modo utilizziamo strumenti di AI nella professione e di aggiungere tale informazione quando raccogliamo il consenso da parte del paziente/clinete/utente oltre a dover dichiarare se i dati dello stesso verranno inseriti o meno nell’eventuale data set dello strumento di IA che utilizziamo.

Pietro lancia poi una domanda interessante: in che misura la psicologia sarà compatibile con l’Intelligenza Artificiale?

A questo risponde che la psicologia ha il compito di far passare dal pensiero concreto al simbolico e che siccome l’IA lavora sul significante e non sul significato.

Ecco… su questo io non sono del tutto d’accordo in quanto oggi i data set non sono più solo testuali, ma anche immagini, filmati, suoni, le IA analizzano le espressioni facciali, studiano il gradimento di uno spettacolo “guardando” le espressioni del pubblico, attingono a tutti i testi che noi abbiamo studiato, a casi clinici, conversazioni… forse non lavorano sul significato ma… dall’output che generano, sembra proprio che lo facciano…

Riguardo poi al tema di come i colleghi si pongono sui social credo che meriterebbe un approfondimento a sé stante, perché anche qui credo andrebbero considerati numerosi aspetti inerenti l’arrivare a fasce di popolazione a cui prima dei social gli psicologi non arrivavano, alla questione dello stigma nei confronti della nostra professione che oggi è considerevolmente diminuito, ad una società che non attribuisce più una fiducia alle professioni basata sul solo dato di essere professionisti, ma cerca dati, vuole vedere il professionista, come parla, come ragiona, anche come si veste o se ha l’aria simpatica.

So di stare dicendo una specie di eresia per chi come me, si formato in un tempo in cui le regole erano molto diverse, ma a mio avviso i mutamenti sociali occorre comprenderli e talvolta utilizzarli per modificarci piuttosto che rifiutarli a priori.

Naturalmente occorre stare dentro una cornice normativa, avere un faro etico e deontologico che illumini il cammino, ma tale cammino potrebbe essere diverso da quello che veniva percorso anche solo dieci anni fa.

Questo il frutto delle mie riflessioni che mi piace pensare possano alimentare un dibattito che andrà avanti a lungo.


[i] Digital Service Act

Digital Market Act

Digital Governance Act

Data Act

Risoluzione del Parlamento Europeodel16.02.2017

Risoluzione del Parlamento Europeo del 20.10.2020

Direttiva sulla responsabilità civile dell’IA

Categoria: Politica Professionale

Jessica Ciofi

Psicologa, Presidente di Professione & Solidarietà, dirigente del MO.P.I. Mi occupo di politica professionale con vari ruoli sin dal 1994 (ben prima della laurea) e di Ecm dal 2004 come consulente di vari provider.


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