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Home » Approfondimenti » Politica Professionale » L’alienazione parentale: il rischio di perdere di vista la complessità delle relazioni umane

L’alienazione parentale: il rischio di perdere di vista la complessità delle relazioni umane

24/10/2026 scritto da Giusy Carciati

Lavoro da anni in ambito penitenziario come esperta ex art. 80, a contatto con persone condannate per reati anche molto gravi, spesso legati alla violenza nelle relazioni affettive, sessuali e familiari.

È un osservatorio particolare, nel quale le vicende personali arrivano dopo essere state attraversate dalla giustizia, dalle sentenze, dalle separazioni e dalle rotture familiari. Ma soprattutto arrivano accompagnate dai racconti delle persone che le hanno vissute.

Ascolto uomini che raccontano storie di relazioni finite drammaticamente, di figli perduti, di accuse che ritengono ingiuste, di vicende giudiziarie delle quali faticano a comprendere gli esiti. Naturalmente, il racconto di una persona condannata non costituisce una prova della sua innocenza. La sincerità con cui viene espresso un vissuto non dimostra necessariamente la veridicità della ricostruzione dei fatti.

La percezione soggettiva di una relazione può essere profondamente diversa dall’esperienza dell’altro. Eppure, è proprio questa distanza tra vissuto soggettivo, comportamento e responsabilità che mi sembra meriti una riflessione.

Ricordo, tra le tante vicende incontrate, quella di un uomo straniero condannato per fatti riguardanti una relazione con una donna maggiorenne con disabilità intellettiva. Lui raccontava quella relazione come una storia d’amore. Parlava del desiderio di sposarla, dei progetti che immaginava insieme a lei, dei regali che aveva pensato per celebrare il loro legame. Nella sua narrazione non sembrava riconoscere quelle condizioni di vulnerabilità della giovane che hanno assunto un rilievo determinante nella sua vicenda giudiziaria.

Non posso sapere quanto lui fosse effettivamente consapevole delle difficoltà cognitive della ragazza, né se il suo racconto restituisse fedelmente quanto accaduto. E in ogni caso il suo desiderio dichiarato di costruire con lei una relazione non esclude la possibilità di aver commesso un abuso. Ma quella storia mi ha portato a interrogarmi su qualcosa di importante.

Quanto comprendiamo realmente dell’esperienza dell’altro? Quanto possono incidere il livello di maturità, gli strumenti cognitivi, l’educazione ricevuta e i modelli relazionali interiorizzati sulla capacità di interpretare una situazione? E, soprattutto, quanto è importante distinguere la comprensione clinica di un comportamento dal giudizio sulla sua responsabilità?

Anche le differenze culturali possono avere un ruolo nella costruzione dei significati attribuiti alle relazioni.

Ho vissuto personalmente in contesti culturali differenti e ho potuto osservare quanto possano variare le modalità di corteggiamento, l’espressione dell’affettività, la comunicazione non verbale e le aspettative reciproche.

Questo non significa che una cultura possa giustificare comportamenti coercitivi o che la provenienza geografica permetta di prevedere il comportamento di una persona.

Significa piuttosto che la comprensione di una relazione richiede di considerare anche il mondo di significati nel quale i singoli individui sono cresciuti.

Penso anche a quelle situazioni nelle quali una relazione sentimentale viene fortemente ostacolata dalle famiglie, perché uno dei due partner è considerato socialmente inadeguato, troppo povero, culturalmente diverso, oppure non corrispondente alle aspettative dei genitori.

Non sempre le preoccupazioni familiari sono prive di fondamento. Ma non sempre rappresentano nemmeno un’effettiva tutela. A volte possono esprimere pregiudizi, difficoltà ad accettare le scelte affettive dei figli adulti, oppure il tentativo di mantenere un controllo sulla loro vita.

E allora diventa importante chiedersi dove finisca la protezione e dove cominci l’ingerenza, senza dimenticare che anche una persona fragile o con una disabilità conserva il diritto a una propria vita affettiva, compatibilmente con la sua capacità di scegliere e di esprimere un consenso libero.

Il riconoscimento della vulnerabilità dell’altro e il rispetto del suo consenso rimangono imprescindibili. Ma il lavoro clinico deve poter esplorare anche le rappresentazioni soggettive, le difficoltà di comprensione e gli eventuali fraintendimenti, senza confonderli con una giustificazione del comportamento.

Nel corso della mia esperienza ho incontrato anche storie nelle quali la relazione tra un padre e i suoi figli appariva profondamente compromessa da una conflittualità alimentata attraverso accuse, denigrazioni e ostacoli continui al mantenimento del rapporto.

Ho ascoltato padri che descrivevano la progressiva perdita del legame con i propri figli, di bambini che avevano finito per rifiutarli, di situazioni nelle quali sembrava che il conflitto fra gli adulti fosse diventato il principale organizzatore delle relazioni familiari.

E sarebbe profondamente sbagliato pensare che queste dinamiche riguardino soltanto i padri allontanati dai figli per effetto dell’influenza materna. Esistono anche madri che hanno dedicato la propria vita ai figli, che sono state presenti, attente, affettuose, profondamente coinvolte nella loro crescita, e che si ritrovano progressivamente rifiutate, svalutate, talvolta perfino odiate, in situazioni nelle quali l’altro genitore ha contribuito a costruire nei figli una rappresentazione profondamente negativa della madre.

Sono dinamiche che conosco anche per esperienza personale e delle quali conosco la sofferenza. Un figlio può arrivare a guardare con ostilità un genitore che fino a poco tempo prima rappresentava per lui un riferimento fondamentale. Può attribuirgli intenzioni e comportamenti che non corrispondono alla storia della relazione, oppure interpretare retrospettivamente gli avvenimenti familiari attraverso una narrazione fortemente influenzata dall’altro genitore.

Naturalmente, non ogni rifiuto costituisce la prova di un condizionamento. Anche un genitore sinceramente convinto di essere stato amorevole può non avere piena consapevolezza dell’esperienza vissuta dal figlio. Ma questo non autorizza a escludere che possano esistere condotte sistematiche di denigrazione e manipolazione affettiva, messe in atto tanto da un padre quanto da una madre. E soprattutto non autorizza a ignorarne le conseguenze. Perché la perdita di un legame affettivo significativo, quando deriva da dinamiche di condizionamento, può rappresentare una sofferenza profonda non soltanto per il genitore escluso, ma anche e soprattutto per il figlio stesso.

Ho conosciuto, d’altra parte, vicende di segno opposto, nelle quali le segnalazioni di una donna rispetto alla pericolosità del partner non erano state adeguatamente comprese, con conseguenze drammatiche, talvolta irreversibili.

Ricordo situazioni nelle quali il rischio di una violenza gravissima era stato sottovalutato, nonostante la presenza di segnali che avrebbero richiesto un’attenzione ben diversa. Sono esperienze differenti, che non possono essere considerate equivalenti né utilizzate per trarre conclusioni generali sulla condotta di uomini e donne.

Hanno però qualcosa in comune: mostrano quanto possa essere difficile riconoscere ciò che accade realmente all’interno delle relazioni e quanto possano essere gravi le conseguenze di una valutazione inadeguata.

Un’altra riflessione mi è venuta recentemente osservando, per pochi minuti, un frammento di una trasmissione televisiva.

Si parlava di un giovane ragazzo con un disturbo del neurosviluppo che lamentava di non essere stato compreso durante l’infanzia dalla donna che lo aveva cresciuto.

Secondo il suo racconto, alcuni comportamenti legati alla sua condizione erano stati interpretati come provocazioni o disobbedienze e avevano provocato rimproveri anziché sostegno. Ho seguito soltanto un breve passaggio della trasmissione e non conosco l’intera vicenda. Non sarebbe quindi corretto esprimere valutazioni sulle responsabilità delle persone coinvolte. Mi ha colpito, però, una questione più generale. Quanto è facile, a posteriori, individuare errori educativi quando conosciamo già ciò che allora non era stato riconosciuto?

Comportamenti che oggi sappiamo interpretare come possibili manifestazioni di una condizione neuropsichiatrica possono essere stati vissuti da un adulto impreparato come provocazioni volontarie, disobbedienza o aggressività.

Questo non significa giustificare eventuali negligenze o negare il diritto di un bambino a ricevere cure e comprensione. Significa interrogarsi sulle conoscenze disponibili, sulle possibilità concrete di riconoscere il problema e sulle condizioni nelle quali una persona ha agito. Il dolore del figlio può essere autentico anche quando le intenzioni dell’adulto erano differenti dagli effetti che il suo comportamento ha prodotto.

Ancora una volta, comprendere richiede qualcosa di più che individuare un responsabile. È da questa prospettiva che guardo al recente dibattito sull’alienazione parentale di cui abbiamo letto da parte del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi.

La sindrome da alienazione parentale non è riconosciuta come categoria diagnostica dal DSM-5-TR né dall’ICD-11. Questo è un dato scientifico che non intendo mettere in discussione. Ma mi chiedo: l’assenza di una categoria diagnostica può diventare il motivo per escludere dall’indagine clinica comportamenti relazionali che possono concretamente verificarsi?

La psicologia conosce le dinamiche del condizionamento affettivo, della svalutazione, della manipolazione, dei conflitti di lealtà nei quali un bambino può trovarsi coinvolto. Sono fenomeni che devono essere studiati e, quando emergono, valutati attraverso evidenze specifiche, senza attribuirli automaticamente a una presunta sindrome.

Un bambino può rifiutare un genitore perché ne ha paura, perché ha subito violenza, perché ha assistito a maltrattamenti. Ma può anche sviluppare un rifiuto attraverso dinamiche di condizionamento relazionale, oppure per una pluralità di fattori che si intrecciano.

Il comportamento osservabile può essere simile, ma il suo significato psicologico profondamente diverso. E queste dinamiche non appartengono esclusivamente a un genere.

Non esiste alcuna ragione scientifica per presumere che un padre sia necessariamente il genitore manipolatore, così come non esiste alcuna ragione per presumere che lo sia una madre. La possibilità di esercitare un’influenza psicologica dannosa sui figli non è una prerogativa maschile o femminile.

Ciò che deve essere valutato sono i comportamenti concreti, la loro funzione nella relazione e le loro conseguenze sullo sviluppo del bambino. Per questo ritengo che non sia sufficiente stabilire quali categorie diagnostiche siano legittime e quali no, occorre soprattutto interrogarsi sugli strumenti e sui metodi attraverso cui comprendiamo la storia di quel bambino.

Il CNOP richiama l’attenzione sul rischio che l’accusa di alienazione parentale venga utilizzata per screditare una madre che denuncia violenza e per giustificare interventi coercitivi potenzialmente dannosi.

È un rischio reale, che non possiamo sottovalutare. Ma ritengo altrettanto importante evitare che la necessaria critica a un costrutto non validato si trasformi, anche involontariamente, in una difficoltà a riconoscere comportamenti manipolativi effettivamente documentati. E mi sembra essenziale che il dibattito non finisca per oscurare quelle situazioni nelle quali è proprio una madre a essere oggetto di una sistematica svalutazione da parte del padre agli occhi dei figli.

La tutela del minore non può dipendere dal genere del genitore che esercita il condizionamento, né dal genere di quello che lo subisce. Non si tratta di sostenere che tali situazioni abbiano la stessa frequenza, né di mettere sullo stesso piano la violenza domestica e ogni forma di conflittualità genitoriale. Si tratta di preservare la possibilità di indagare ogni situazione nella sua specificità. In questo senso trovo interessante l’impostazione adottata nel 2024 dal Family Justice Council britannico, che distingue nettamente la sindrome non riconosciuta dalla necessità di valutare eventuali comportamenti psicologicamente manipolativi, mantenendo al centro l’esperienza del minore e la verifica dei fatti.

È una distinzione che meriterebbe, a mio avviso, maggiore spazio nel dibattito italiano. Come psicologi, non possiamo sostituire le evidenze con le convinzioni, né considerare il racconto di una persona automaticamente vero o falso in ragione del suo genere, della sua provenienza, della sua condizione personale o del ruolo che occupa nella vicenda.

Non possiamo interpretare ogni rifiuto del bambino come il risultato di una manipolazione. Ma non dovremmo neppure escludere preventivamente che una manipolazione possa essersi verificata. Il bambino, del resto, non è semplicemente il destinatario delle decisioni degli adulti: è un soggetto che vive, sente, interpreta, attribuisce significati.

La sua parola deve essere ascoltata, ma anche compresa all’interno della sua storia, delle sue relazioni e delle condizioni nelle quali è maturata. Ascoltare un bambino non significa attribuire automaticamente a ogni sua affermazione un significato univoco, né considerarla necessariamente il risultato dell’influenza di qualcuno.

Significa riconoscergli una soggettività che non può essere ridotta né alla volontà della madre né a quella del padre. E per fare questo ci vuole tempo da dedicare all’ascolto. La protezione dalla violenza deve restare una priorità imprescindibile. E il recupero di una relazione genitoriale non può essere perseguito a qualsiasi costo, tanto meno attraverso interventi coercitivi privi di adeguate prove di sicurezza ed efficacia.

Credo però che il compito della psicologia sia anche quello di resistere alle semplificazioni. La mia esperienza professionale mi ha insegnato che una narrazione può essere convincente senza essere completa, che una sofferenza può essere autentica anche quando la ricostruzione dei fatti è parziale, e che il bisogno di protezione di un bambino non coincide necessariamente con ciò che un adulto sostiene essere il suo interesse.

Mi ha insegnato anche che la comprensione clinica richiede di distinguere tra intenzioni, comportamenti e conseguenze, senza confonderli e senza presumere di poter conoscere immediatamente la verità di una relazione. Per questo vorrei che il confronto sull’alienazione parentale non si esaurisse nella contrapposizione tra chi la riconosce e chi la rifiuta.

Vorrei che diventasse un’occasione per riflettere sul nostro modo di osservare, ascoltare e valutare le relazioni familiari, soprattutto quando attraversate da conflitti estremi. E vorrei che questa riflessione coinvolgesse anche le istituzioni professionali, perché la difesa della scientificità della psicologia non dovrebbe ridursi alla delimitazione di ciò che possiamo diagnosticare, ma dovrebbe comprendere la responsabilità di continuare a studiare ciò che osserviamo, senza forzarlo dentro categorie non validate e senza ignorarlo quando quelle categorie vengono respinte. Non abbiamo bisogno di difendere una sindrome non riconosciuta.

Abbiamo bisogno di una psicologia capace di riconoscere i comportamenti, distinguere i contesti, verificare le ipotesi e proteggere i bambini senza partire da conclusioni già scritte. Perché il superiore interesse del minore non dovrebbe essere il risultato di una posizione teorica o ideologica, ma il principio che guida un’indagine rigorosa, prudente e rispettosa della complessità umana.

(Riflessioni a partire dalla mia esperienza in ambito penitenziario)

Categoria: Politica Professionale

Giusy Carciati

Psicoterapeuta della Gestalt. Terapeuta Emdr; Mediatrice Familiare e Civile; CTU e CTP per il Tribunale. Esperto ex art. 80 O.P. per il penitenziario di Trieste.


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