Chi mi conosce, chi ha intercettato nel tempo il mio sentire, sa che e’ un mio modo, spesso fastidioso.
E’ il .mio stile, la provocazione.
Perche’ muove, attacca,spesso fa riflettere .
E allora ci provo ancora.
Si è diffusa un’abitudine che merita una riflessione seriafra noi colleghi, che contribuisce a creare fazioni e restituire un’ immagine (e non solo) fragile e divisiva: tirare in ballo l’Ordine degli Psicologi per ogni contrasto, divergenza o presunta scorrettezza che nasce online o nella vita professionale.
Come se la segnalazione fosse diventata una scorciatoia per risolvere conflitti, zittire colleghi scomodi o regolare conti personali.
È una deriva pericolosa.
L’Ordine degli Psicologi nasce per tutelare la professione e i cittadini, non per trasformarsi in uno strumento di pressione o, peggio, di intimidazione. Quando una discussione, uno scambio, finisce con un “ti segnalo all’Ordine”, si crea un clima di sospetto che non giova a nessuno: né ai professionisti, né agli utenti, né alla credibilità stessa della categoria.
Segnalare è un atto serio.
Dovrebbe essere l’ultima strada, non la prima. Dovrebbe intervenire davanti a violazioni deontologiche gravi, comportamenti realmente dannosi, abusi evidenti.
Non davanti a opinioni diverse, approcci teorici alternativi, strategie comunicative che semplicemente non piacciono.
Creativita’ e idee originali sono banditi,con je accuse di voler cosituire community strumentali o di farsi mera pubblicita’ ( svelando cosi ‘ la potenza delle stesse)
Negli spazi digitali poi, il confine tra dissenso e “scandalo” si è assottigliato.
Basta un post fuori dalle righe, una frase mal interpretata, una presa di posizione controcorrente, e subito parte la minaccia della segnalazione. Ma il dissenso non è una colpa. La pluralità di pensiero è il motore della crescita scientifica e professionale.
Trasformare l’Ordine in un arbitro di ogni divergenza significa deresponsabilizzarsi. Significa non saper gestire il confronto diretto, non tollerare il conflitto, non accettare che nella professione esistano sensibilità diverse. E, paradossalmente, significa impoverire la cultura psicologica stessa, che dovrebbe essere la prima a saper leggere le dinamiche relazionali senza scivolare nella logica punitiva.
C’è anche un altro rischio: banalizzare la segnalazione. Se tutto diventa motivo di esposto, niente lo è davvero. Le vere violazioni rischiano di perdersi in mezzo a una massa di conflitti personali travestiti da battaglie etiche. E questo danneggia proprio chi avrebbe bisogno di tutela.
Serve maturità professionale. Serve la capacità di distinguere tra ciò che è discutibile e ciò che è realmente scorretto. Serve, soprattutto, il coraggio del confronto diretto: una telefonata, un messaggio privato, un chiarimento tra colleghi prima di evocare procedimenti disciplinari.
Non si tratta di difendere comportamenti sbagliati. Si tratta di restituire alla segnalazione il suo peso specifico. Di usarla quando è necessario, non quando è comodo. Di ricordare che l’Ordine non è un’arma retorica, ma un’istituzione che merita rispetto.
Se vogliamo una professione più solida, dobbiamo cominciare da qui: meno minacce, più dialogo.
Un comunita’ professionale cresce nel confronto.
Meno esposti usati come clava, più responsabilità personale.
Ne possiamo guadagnare tutti .
Amalia Prunotto

