Nell’epoca dei social accade che dobbiamo barcamenarci tra voci di corridoio, interpretazioni, allarmismi e polarizzazioni.
Ed ecco che in questa tempesta di informazioni frastagliate, mi sento chiamata a rimettere insieme i pezzi di puzzle, per poter dare un qualche “ordine” al dibattito in corso.
Partiamo dall’inizio provando a tracciare i confini del contenitore.
Un punto certo su cui credo possiamo essere tutti d’accordo è che con l’attuale sistema previdenziale le pensioni medie degli psicologi sono molto basse e ben lungi dal consentire la sopravvivenza.
Su questo punto abbiamo espresso in più occasioni l’opinione che sarebbe necessario attivare forme di integrazione di tipo solidaristico.
Lo sguardo però non può essere rivolto solo agli attuali pensionati, ma deve essere necessariamente volto al futuro e per volgerlo al futuro occorre fare delle accurate previsioni sulla base di dati.
Gli attuali dati dicono inopinatamente che versando il 10% di contributo soggettivo per quarant’anni, la pensione continuerà a non essere sufficiente alla sopravvivenza.
A partire da questo dato i Ministeri hanno invitato più volte Enpap ad aumentare la percentuale minima di contributo soggettivo.
Ma qual è la ratio di tale invito? La ratio è che in Italia, fortunatamente chi non ha la possibilità di mantenersi da solo ha diritto ad una serie di forme assistenziali che lo Stato mette a disposizione, ne consegue che per quei pensionati che non avranno provveduto da soli a crearsi fonti di reddito alternative, sarà lo Stato con i propri fondi a dover pagare.
Fino a questo momento e per diversi anni l’Enpap ha ignorato nei fatti gli inviti Ministeriali, ma il timore che da più parti viene paventato è che continuando ad ignorarli arrivi un giorno in cui al posto degli inviti arriveranno delle imposizioni. Per esempio una norma che dica a chiare lettere che le casse hanno l’obbligo di chiedere un minimo di soggettivo al 20% considerando che la gestione separata INPS prevede il 26%.
Immagino dunque sia per tale ragione che la riforma ventilata sui social preveda sotto questo profilo un progressivo aumento del contributo soggettivo minimo che vedrebbe l’aumento di un punto percentuale per ogni anno dal 2027 al 2031 fino ad arrivare al 15%, mantenendo inalterata la possibilità di versamenti superiori e mantenendo inalterate tutte le agevolazioni previste attualmente.
Venendo al secondo punto su cui l’Enpap intenderebbe agire, probabilmente quello maggiormente controverso, proverò qui a darne una spiegazione.
Il disegno prevederebbe di raddoppiare il contributo integrativo portandolo dall’attuale 2% al 4%.
Un disegno che in sé fa probabilmente sobbalzare sulla sedia molti di noi, perché sebbene ufficialmente si tratti di una partita di giro perché è il cliente a pagarlo, sappiamo che da una parte questo implica un aumento delle nostre tariffe che i clienti potrebbero non accogliere favorevolmente e dall’altra ci sono situazioni in cui veniamo pagati con una parcella “comprensiva” di contributo integrativo qualunque esso sia, dunque nei fatti a nostro carico.
Una volta “digerito” questo aspetto la parte interessante riguarda però come l’Ente intenderebbe utilizzare tale 2%.
Ebbene, pare che intenderebbe riversarlo direttamente sui montanti individuali utilizzando la legge Lo Presti, inoltre la metà, ossia l’1% andrebbe a costituire una sorta di mini TFR che sarebbe possibile ritirare al momento del pensionamento in un’unica soluzione.
Una delle domande più gettonate su FB rispetto a quest’ultimo punto è: ma perché aumentare l’integrativo invece che direttamente il soggettivo di ulteriori due punti percentuali?
La risposta è che le cifre sono diverse.
Mentre il contributo soggettivo è calcolato sulla retribuzione netta, l’integrativo è calcolato sulla retribuzione lorda.
In sostanza aumentando il contributo integrativo si accantona di più e, almeno in teoria, lo si fa a carico del paziente.
Questo il disegno generale che emerge dalle “voci” di riforma.
Riguardo l’iter invece, ciò che è accaduto è ciò che accade per ogni manovra che l’Enpap decide di compiere.
Ci sono discussioni e proposte in CDA, poi al CIG, poi le votazioni, poi una proposta ai Ministeri vigilanti ed infine, dopo una eventuale approvazione, la comunicazione ufficiale agli iscritti da parte dell’Ente.
Questa la ricostruzione dei fatti. Spero possa essere utile per iniziare ad approfondire i temi in modo maggiormente strutturato di come sto vedendo accadere sui social.
Perché dico che siamo su barche diverse? Perché a seconda del momento della nostra vita professionale, a seconda di come abbiamo deciso di costruirci o meno forme di reddito alternative, a seconda delle nostre disponibilità economiche e così via, credo si possa vedere in questa riforma qualcosa di molto buono, nell’interesse della categoria, che garantisce una maggiore solidità pensionistica ed una maggiore sostenibilità del sistema.
Oppure si possa vedere in questa riforma una minaccia, un’imposizione vessatoria che limita la nostra libertà di scelta, sostituendosi a noi.
Personalmente credo che, posto che fino a quando non avremo ulteriori dettagli e documenti ufficiali si tratti di poco più che un puor parler… ci siano decisioni che la politica deve assumersi la responsabilità di prendere tenendo fermo il principio che il bene collettivo è un valore sovraordinato rispetto al bene individuale.
Chi è al governo si assume la responsabilità di governare e chi vota si assume la responsabilità di mettere al Governo i rappresentanti da cui si sente maggiormente garantito.
Non mi resta che dire che la riunione del CIG in cui potrebbe essere ratificata o meno tale proposta, prima di sottoporla al parere ministeriale sarà il 23 aprile.

