Riflessione sulla difficoltà delle istituzioni di categoria a progettare processi di condivisione con la comunità professionale e le sue rappresentanze.
Come sappiamo è iniziato l’iter di riforma delle professioni sanitarie, di cui qui si può leggere il testo.
In sede di audizione il CNOP, rappresentato dalla Presidente e da Giuseppe Luigi Palma, portano all’attenzione della politica due proposte rilevanti: nuove specializzazioni per gli psicologi, l’abolizione del 3+2 e conseguentemente dell’albo B.
Nella stessa sede AP chiede un diverso sistema di rappresentanza nella composizione del CNOP in quanto, allo stato attuale, ogni Presidente di un Ordine Regionale ha un voto, che in termini pratici significa che un Presidente votato da 300 colleghi in una piccola regione, ha lo stesso potere decisionale di uno votato da oltre 10000 in una grande regione.
Anche AP ribadisce l’esigenza di aumentare le specializzazioni.
Ora, al di là del concordare o meno su queste proposte, trattandosi di temi che non sono di stretta competenza ordinistica, ci si sarebbe potuti aspettare che prima di proporli fosse stato fatto un passaggio con chi, all’interno della professione, ha probabilmente maggiori competenze in materia.
Tanto più che tra i tavoli tecnici del CNOP ce n’è uno, che va sotto il nome di TUOFOR – Tavolo di concertazione Università-Ordine in materia di Formazione universitaria e Ricerca per la professione, che dovrebbe avere proprio la funzione di discutere in tale sede le questioni che investano per ragioni di diversa natura, sia l’Ordine che l’Accademia.
Dato tale presupposto, sono rimasta più che perplessa nel leggere sulla newsletter n.2 dell’AIP, la richiesta formale di ritirare l’emendamento presentato dal CNOP che prevede la richiesta di apertura di quattro nuove scuole di specializzazione universitarie.
Mi preme qui riportare testualmente tra le motivazioni:
“ritiene necessario stigmatizzare in modo deciso il fatto stesso dell’iniziativa del CNOP. È del tutto non condivisibile che un organismo ordinistico intervenga su una materia di competenza universitaria in assenza del consenso del mondo accademico. L’AIP ha appreso della delibera da terzi, successivamente alla sua approvazione: circostanza che rende evidente l’assenza di qualsiasi preventiva interlocuzione istituzionale e configura una lesione del principio di leale collaborazione tra i soggetti del sistema della psicologia“
Vorrei dire a questo riguardo che trovo la posizione assunta da AIP totalmente condivisibile.
L’autonomia universitaria è garantita dalla Costituzione e avallare il principio che gli Ordini possano scavalcare tale autonomia lo trovo in sé pericoloso, specie in un momento storico in cui sempre più la cornice normativa sembra vacillare e pare prendere piede sempre più la legge del più forte, riportare i processi all’interno di quadri in cui i ruoli delle istituzioni siano definiti e reciprocamente rispettati credo sia essenziale almeno nel nostro piccolo ambito di politica professionale in cui abbiamo il potere di farlo.
Veniamo ora ad un altro punto che coinvolge gli emendamenti presentati al DDL, la proposta emendativa 6.11
Al comma 1, dopo la lettera a), aggiungere la seguente:
a-bis) al fine di rafforzare la rappresentatività degli organi di vertice, estendere all’elezione del Consiglio nazionale degli ordini degli psicologi lo strumento del voto ponderato di cui all’articolo 8, comma 9, del decreto legislativo del Capo provvisorio dello Stato 13 settembre 1946, n. 233.
L’art. in questione recita: Ciascun presidente dispone di un voto per ogni cinquecento iscritti e frazione di almeno duecentocinquanta iscritti al rispettivo albo.
L’obiettivo di tale emendamento è chiaro e rispecchia la posizione tenuta da AP, ma… sappiamo, come ricorda Mario Sellini in un recente post, che per come è stato espresso è inapplicabile in quanto il CNOP non viene eletto. Altro sarebbe stato dire che i Presidenti di cui è composto avrebbero potuto usufruire di tale norma in sede di elezione delle cariche.
In questo caso il tema è che sembra sia stato presentato ai parlamentari che lo hanno sottoscritto un emendamento reso nullo dal modo in cui è scritto… come minimo una figuraccia che come professione avremmo proprio potuto risparmiarci.
Tuttavia si tratta di una figuraccia talmente macroscopica che ci si potrebbe chiedere se non ci sia stata qualche precisa volontà di renderlo nullo…
Alla luce di tutto questo, le riflessioni che vorrei sottoporvi sono due.
La prima è che dal mio punto di vista, quando la politica fa proposte di cambiamenti così radicali, sarebbe opportuno che adottasse processi di condivisione con la comunità professionale.
Si parla di questa riforma da oltre un anno, ci sarebbe stato il tempo e ci sarebbero stati spazi e modi per confrontarsi. E’ stato fatto un bell’evento a Roma sul tema della pace, mi chiedo se non avrebbe potuto essere affiancato da un evento sul futuro della nostra professione in cui presentare alla comunità le proposte che si intendeva mettere sul piatto nell’ambito della riforma.
La seconda è che forse la cultura della condivisione, anche quella con associazioni così rilevanti per la professione come AIP, è tutta da costruire e che siamo ben lontani da quell’idea di professione forte e coesa che riesce a dar voce alle sue varie anime confrontandosi e presentandosi alle altre professioni con una sola voce, assertiva e coerente.
Per non dilungarmi troppo concludo rimandando altro articolo la valutazione più globale rispetto a quanto sta accadendo e a quanto tutto ciò a mio avviso sia il sintomo di qualcosa di più complesso che sembra non ci sia l’intenzione di esplicitare a chiare lettere.

