Ad un anno dalle elezioni di rinnovo delle cariche istituzionali della professione, osservando quanto accade, mi trovo tristemente a constatare che le perplessità espresse in fase di assegnazione dei ruoli all’interno del CNOP è oggi realtà.
Ci troviamo infatti da una parte Enpap a guida AP che organizza eventi in collaborazione con gli Ordini territoriali a guida AP e dall’altra il CNOP che pare spaccato nettamente in due.
L’occasione dell’audizione della Commissione Affari Sociali nell’ambito dell’esame del DDL recante delega al Governo in materia di Professioni Sanitarie è solo l’ultimo ed il più eclatante evento che mette in luce la situazione.
Tale occasione ha visto infatti la partecipazione da una parte del CNOP nella persona della Presidente e dall’altra di AP nella persona della sua Presidente.
Senza entrare nel merito delle proposte fatte dall’una e dall’altra parte in quella sede (merito che affronterò in altro articolo dedicato), emerge una macroscopica evidenza: AP, che rappresenta numericamente oltre la metà degli psicologi che hanno votato in Italia, non si sente evidentemente rappresentata dall’organo cui la nostra legge istitutiva affida tale compito istituzionale.
Legittimo sul piano personale non sentirsi rappresentati da chi non si è votato, tuttavia, su un altro piano, credo che questo sia un segnale forte che merita attenzione.
Fino a questo momento della nostra storia professionale, abbiamo infatti risolto con un livello di conflittualità più o meno elevato a seconda dei periodi storici, la divergenza di opinioni politiche al nostro interno, con una dialettica che si svolgeva tra maggioranza e opposizione all’interno di un contenitore istituzionale da tutti riconosciuto come rappresentativo e rispettato come tale.
Quello che ci si presenta oggi è invece a mio avviso uno scenario nuovo, quel contenitore sembra non reggere più, il dibattito si sposta fuori, si cerca un rapporto diretto con la politica del paese, rivendicando la forza di una rappresentanza associativa.
Lungi dal voler esprimere un giudizio in termini di giusto/sbagliato, preferisco fare alcune riflessioni sistemiche.
La prima è che esiste un modello di organizzazione delle professioni, quello anglosassone, in cui non esiste un Ordine professionale unico che prevede l’iscrizione obbligatoria, ma l’obbligatorietà risiede nell’essere iscritti ad una associazione di categoria (ognuna con diversi requisiti d’ingresso) che ha potere di rappresentanza.
In Italia è il modello organizzativo delle professioni afferenti alla tanto osteggiata da AP legge 4/2013.
Mi chiedo oggi se non sia questo il modello organizzativo che più ci rappresenta nei fatti, se non ci riconosciamo nel CNOP e rivendichiamo il diritto di poter esprimere istituzionalmente posizioni diverse, forse viene meno la ratio che giustifica l’esistenza di un Ordine Nazionale.
L’altra considerazione è invece più generale, le polarizzazioni per certi versi sono estremamente comode, semplici, consentono di vedere il mondo in bianco e nero, ci sono i buoni e i cattivi, se non stai con i buoni stai con i cattivi, da qualunque parte si vogliano vedere gli uni e gli altri.
Differentemente la dialettica democratica è complessa, richiede confronto, capacità di ascolto, compromessi… e su questo tema mi chiedo e chiedo a chi ne sa più di me: ma davvero la nostra professione ha perso la capacità e la volontà di abitare quella complessità optando per una più semplice e, ad i miei occhi involutiva politica polarizzata?
Personalmente sono un’inguaribile ottimista e continuo a sperare che continuino ad esserci margini per una inversione di tendenza, che ci ricordiamo che la nostra professione si fonda sull’ascolto e sulle domande più che sulle risposte e le “verità” di cui credo nessuno di noi possa dirsi detentore

